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Trova la versione originale in inglese qui.

Il capitano della squadra dei Portland Storm Eric "Zee" Zellinger sa come fare il suo lavoro, ma portare la sua squadra, un tempo d'élite, alla vittoria sta diventando una battaglia persa. Non può distrarsi ora - non con la sua carriera in gioco. Ma quando la sorella minore del suo migliore amico gli fa un'offerta che non può rifiutare, Eric potrebbe perdere il ruolo di riferimento sul quale la squadra fa affidamento. 

Ancora in una spirale in discesa, dopo un evento che le ha cambiato la vita al college, Dana Campbell è disperata al punto di provare qualsiasi cosa per evadere dall'orrore di quella terribile notte - anche ricorrere all'aiuto dell'unico uomo di cui si fida completamente.

Non importa quanto lei sia irresistibile o quanto allettante sia la proposta, Eric non dovrebbe superare quel limite - specialmente quando è in gioco la possibilità per la squadra di arrivare ai play-off. Ora, Eric deve fare un ultimo tiro, ma sceglierà la possibile felicità di Dana o la mossa che gli assicurerà la carriera?

Dana

IL RISTORANTE italiano a conduzione familiare Amani's era quasi vuoto. Non c’era da stupirsi, considerando che erano le tre di un giovedì pomeriggio di metà febbraio. Non era il tipo di posto in cui ti aspetteresti di portare qualcuno ad un appuntamento per San Valentino - più il tipo di posto in cui faresti una riunione di famiglia. Ma oggi non era San Valentino. Quello sarebbe stato domani. E noi non eravamo ad un appuntamento. Tutt'altro. 

Le uniche persone nel ristorante oltre a noi due ed al personale, era una coppia di pensionati seduta vicino le finestre. Lui aveva il naso immerso nel giornale e lei stava lavorando ai ferri una sciarpa arancione terribilmente brutta. Ignoravano entrambi il piatto di spaghetti al sugo mezzo pieno, per non parlare di come si ignoravano a vicenda.

Guardai la porta, prendendo nota di tutti i tavoli e le sedie tra me e l'uscita, facendo a mente una mappa per la via di fuga.

Appena la cameriera posò sul tavolo le nostre bevande e se ne andò, Eric mi guardò. Alzò un sopracciglio e mi fece quel mezzo sorriso che conoscevo così bene. "Allora di che si tratta, piccola? Non pensavo ti avrei rivista tanto presto. Non fino all'estate, almeno." Non disse ciò che stavamo pensando entrambi: non qui a Portland, piuttosto che a Providence.

Prese un lungo sorso dal suo bicchiere d'acqua ed io provai a concentrarmi sulle familiarità: la T-shirt blu navy, comoda a maniche lunghe che non mascherava tutti i muscoli al di sotto; la linea della mascella coperta da una corta barba che non rasava da circa un giorno; i capelli scuri, quasi neri, che avrebbe dovuto tagliare più di un mese fa; la cicatrice recente ed il relativo livido proprio sotto l’occhio sinistro che si era fatto in uno scontro nella partita contro i Chicago della scorsa settimana; il modo in cui la mano sinistra sembrava sempre pronta a tirare un pugno ad un componente dell’altra squadra.

Concentrarmi su quelle cose mi aiutava a calmarmi, a rallentare il battito e ricordare che si trattava di Eric Zellinger, un uomo che era stato il migliore amico di mio fratello da quando giocavano a hockey giovanile a Rhode Island. Era nella mia vita fin da quando potessi ricordare.

Eric era sicuro. Potevo fidarmi di lui. Era l’unico uomo nella mia vita di cui mi fidavo implicitamente, almeno tra quelli che non appartenevano alla mia famiglia. Per questo avevo scelto lui.

“Soupy sa che sei qui?” Posò il bicchiere e srotolò il tovagliolo di lino sistemato intorno alle posate d’argento, sistemando tutto.

Quella era un’altra familiarità: Soupy. Chiamava mio fratello Brenden in quel modo da sempre, o almeno così mi sembrava. C’era una qualche regola non scritta nel mondo dell’hockey secondo cui se il tuo cognome era Campbell, i tuoi compagni di squadra ti avrebbero inevitabilmente chiamato Soupy. Neanche le ragazze erano esenti da queste folli regole dei soprannomi. Ero stata chiamata in quel modo da alcune delle ragazze con cui giocavo, prima che tutto accadesse.

Sebbene provassi a concentrarmi sulle familiarità, le rassicurazioni, le certezze, era difficile al punto da essere quasi impossibile. Sentivo la lingua tre volte più grande del normale e non importava quanto deglutissi, mi sembrava di non riuscire a fermare la salivazione. Feci per prendere il mio bicchiere d’acqua, per guadagnare tempo e raccogliere il coraggio, ma la mia mano tremava come un terremoto di sesto grado e rovesciai il bicchiere.

Eric si mosse prima che potessi reagire. Lo sistemò ed usò il tovagliolo per asciugare il casino che avevo combinato.

“Dannazione. Mi dispiace.” Fu tutto quello che riuscii a dire. Sentivo il fin troppo familiare calore arrivarmi al viso – non un rossore, niente di così semplice e comprensibile, ma l’inizio di un attacco di panico. I miei respiri erano brevi e veloci. Non riuscivo a far arrivare abbastanza ossigeno ai polmoni. Dovevo uscire da lì. Dovevo andarmene. Non potevo-

“Dana?”

La mano di Eric si posò sulla mia. Non con forza. Ma ferma. Cauta.

Sicuro.

Provai a concentrarmi su di lui, ma la mia vista era sfocata. Non potevo vedere abbastanza bene da essere sicura che fosse lui, ma era lui. Lo sapevo.

“Continua a parlare per un minuto,” dissi in qualche modo.

“Okay. Posso farlo.” Non mi lasciò la mano, mentre si sedeva nuovamente di fronte a me. “Avresti dovuto vedere Burnzie durante l’allenamento di stamattina. È entrato su Ericsson in un contropiede uno contro uno, ha fatto due finte ed ha concluso il suo folle giro a 360° proprio fuori dalla porta. Ha provato a tirare il disco tra le sue gambe mirando tra le gambe del portiere. Sarebbe stato brillante, se avesse segnato. Ma, invece, il disco ha colpito il suo pattino ed è inciampato. Si è schiantato contro la balaustra di faccia. Si è rotto il naso in due punti. Dovrà indossare una maschera intera per qualche settimana. Qualcuno dovrebbe ricordagli che è un difensore, non un’ala.”

Il mio respiro cominciava a regolarizzarsi, ma avevo ancora parecchio caldo, così tanto che stavo sudando. Ma almeno stava passando. “Non dovresti farlo tu? Sei il capitano.”

“No. Lascio che ci pensi il coach. Scotty sta ancora cercando di fare una certa impressione sui ragazzi. Non tutti hanno ancora acquisito i suoi schemi. Siamo oltre metà stagione.”

Non voleva mai far vedere quanto fosse frustrato, ma io riuscivo sempre a capirlo. C’era una leggera piega tra le sue sopracciglia quando le cose non andavano bene, abbastanza da rivelare una tensione ben nascosta. Potevo vederla anche adesso.

La cameriera tornò con un cestino di pane. Lo posò al centro del tavolo e fece scoppiare la gomma rumorosamente.

“Possiamo avere un altro tovagliolo e dell’altra acqua? Abbiamo avuto un piccolo incidente.” Eric non la guardò nemmeno mentre parlava. I suoi occhi non mi mollavano, così come la sua mano.

Non che fossi ansiosa di tirar via la mano, anzi. Quella fu un’illuminazione sorprendente. E confermò che avevo fatto la scelta giusta, quindi mi ci sarei attenuta.

Quando la cameriera se ne andò, lui chiese “Va meglio adesso?”

Annuii. “Ci sto arrivando.”

“Meglio abbastanza da potermi dire perché hai attraversato il paese senza dirmi che stavi arrivando? Da Providence a Portland non è esattamente un veloce weekend fuoriporta ed i voli last minute non sono economici.”

“Io…” Tirai via la mano dalla sua e cominciai a giocare con le unghie. Dovevo fare qualcosa mentre cercavo di dirglielo. Di spiegargli. Non riuscivo a stare ferma. “Ho bisogno di chiederti qualcosa, ma devi lasciarmi parlare senza interrompermi o non riuscirò a farcela.”

Schiarendosi la gola accanto a noi, la cameriera riempì il mio bicchiere e porse ad Eric una pila di tovaglioli. “Siete già pronti per ordinare?” Diede uno sguardo tagliente ai menù rimasti intoccati al lato del nostro tavolo. Non era stata via molto, non che avesse molto altro da fare oltre a servire noi.

“Torni tra quindici minuti.”

Non era una sorpresa che i Portland Storm lo avessero fatto capitano della squadra soltanto alla sua seconda stagione nella National Hockey League. Bastava già il tono della sua voce a suscitare rispetto e fiducia. In qualche modo, nei cinque anni dalla sua promozione a capitano, aveva accresciuto la sua capacità di far sedere diritti e attenti quando parlava.

La cameriera alzò gli occhi accigliandosi, ma se ne andò.

“Sembra serio,” mi disse. “Spara.”

Stavolta quando presi il bicchiere, riuscii a fare un sorso senza far casino, sebbene le mie mani ancora tremassero.

Lo posai di nuovo e feci dei respiri calmanti.

“Intendevo i tuoi segreti, non l’acqua.”

La risata mi uscì automatica. Era sempre stato in grado di farmi ridere.

“Okay.” Mi ero esercitata nel mio discorso a mente in ogni tappa del mio viaggio fino a qui. Sapevo esattamente cosa volevo dire, parola per parola, tutto delineato in modo logico e ragionevole. Dovevo solo dirlo come l’avevo pianificato. Avrebbe dovuto essere abbastanza facile, giusto? Comunque, non riuscivo a guardarlo. Non per questo. Mi guardavo le mani, quasi inconsciamente, mentre mi tiravo l’unghia dell’indice destro fino a farmi male.

 Ma dovevo farlo. Dovevo. Certo, appena aprii bocca, non feci altro che farfugliare.

“La  mia analista dice che non potrà più aiutarmi sul serio perché, dopo tutti questi anni, non riesco ancora a gestire un ragazzo che mi guarda in un certo modo o mi parla o flirta con me, senza avere un attacco di panico e sai che i miei ansiolitici non possono fare più di tanto, quindi mi ha mandato da una sessuologa. Il che va bene, eccetto per il fatto che la terapista dice che devo lasciare che i ragazzi flirtino con me e mi tengano la mano e…e di più…e quindi vuole che veda un surrogato sessuale, di cui non so se hai mai sentito parlare, ma io ho cercato informazioni al riguardo, ed, in pratica, sono a metà tra una prostituta ed un analista e costano un fortuna, cosa che non potrei permettermi neanche se la mia assicurazione lo coprisse, e non è questo il caso, ed inoltre, uno: oh mio Dio, è disgustoso e due: non lo conoscerei neanche questo surrogato, chiunque lui sia, quindi come potrei fidarmi abbastanza da permettergli di toccarmi, quindi, in nessun modo al mondo potrei farcela. Perciò, la sessuologa ha detto che se voglio davvero superarla, ho bisogno di trovare un uomo di cui mi fido, qualcuno che possa aiutarmi e a cui poter chiedere aiuto. Quindi. Lo sto chiedendo. A te.”

Il silenzio di Eric era amplificato da quanto fosse vuoto il ristorante intorno a noi.

Volevo andarmene. Volevo alzarmi, uscire dal ristorante, prendere un taxi ed andare dritta all’aeroporto. Fingere di non averlo fatto. Non sarei dovuta venire. Avrei dovuto restare a casa, sola, e continuare con la mia vita come ho fatto negli ultimi sette anni. Potrò anche avere ventisei anni ed essere sola e patetica, ma almeno sono al sicuro.

Le lacrime mi pungevano gli occhi quando finalmente trovai il coraggio di guardarlo. Avevo visto quello stesso sguardo sul suo viso dozzine di volte alla TV, di solito proprio prima che prendesse a pugni un avversario che fosse entrato con cattiveria contro uno dei suoi compagni di squadra. Era rabbia pura, fuoco verde, intensità concentrata. Ma non l’avevo mai visto guardare me in quel modo.

Volevo vomitare.

“Tu pensi –“ le sue parole erano così sussurrate che lo sentivo a stento, fredde e taglienti “– che pagherò un qualche terapista ciarlatano per scoparti? Dannazione, Dana, è come se fossi la mia sorellina–“

“No! Io–“ Avevo rovinato tutto, come sempre. Mi guardai di nuovo le mani e mi accorsi che l’indice mi sanguinava dove avevo tirato troppo l’unghia. Metodicamente, aprii il tovagliolo arrotolato, ne bagnai un angolo nel bicchiere e lo misi intorno al mio dito, usando il tempo che mi ci volle per schiarire di nuovo i pensieri. “Non voglio che paghi nulla, e assolutamente non voglio ricorrere ad un surrogato sessuale, lasciare che un uomo qualsiasi, non so, mi tocchi e…altra roba. Ma voglio essere in grado di avere una relazione un giorno – essere in grado di lasciare che un uomo mi tocchi senza avere un altro dannato attacco di panico. Quindi io…”

Mi ci volle tutto quello che avevo per non correre fuori dal ristorante proprio in quel momento e senza guardare indietro. L’unica ragione per cui non lo feci era che avrebbe potuto prendermi – era più grande, più veloce, più forte, come sempre – e mi avrebbe convinto a dirgli tutto.

“Voglio che sia tu il mio surrogato sessuale.”  

         

Eric

 

Dana mi aveva lasciato senza parole.

Non riuscivo a ricordare una volta in cui mi fosse successa una cosa simile nei miei ventinove anni. Non sono un ragazzo eccessivamente loquace, non normalmente. Tendo a dare il buon esempio nello spogliatoio, facendo le cose come andrebbero fatte e sperando che i ragazzi più giovani seguano l’esempio, ma non sono mai stato timido nel dare la mia opinione quando richiesta.

Beh, sicuramente in questo momento era richiesta, ma non riuscivo a trovare un singola parola da dire. Niente.

Scuotendo la testa per l’incredulità, presi il portafoglio dalla tasca posteriore, tirai fuori una banconota da cinquanta – la più piccola che avessi – e la sbattei sul tavolo.

La testa di Dana si alzò di scatto al rumore. I suoi occhi erano enormi – grandi e castani e così dannatamente vulnerabili. Odiavo vederla in quel modo, e le avevo visto quello stesso sguardo troppe volte per troppo tempo. Non avevo dubbi che avesse bisogno di aiuto, ma sapevo di non poter essere io ad aiutarla.

Non in quel modo.

Posai il tovagliolo sul tavolo e spinsi indietro la sedia.

“Ce ne andiamo già?”

“Non parleremo di questo qui. Non in pubblico.” Mi spostai dietro la sua sedia e la tirai indietro per farla alzare. Le tenni il cappotto in modo da farle infilare le braccia. Le mie dita le sfiorarono accidentalmente la clavicola quando lasciai il cappotto. Lei saltò, ma provò a far finta di nulla, come se stesse bene.

Non stava bene.

Dana Campbell non era stata bene per un solo minuto da quando la squadra di hockey femminile del Boston College aveva giocato contro l’Università del Connecticut mentre era al primo anno. Quando alcuni fans fuori di testa, in mancanza di termini migliori, della UConn pensarono che sarebbe stato divertente stuprarla in gruppo dopo la partita, per il solo fatto che fosse migliore di qualsiasi loro giocatrice.

Probabilmente era anche meglio di alcuni uomini. Quello avrebbe potuto essere parte del motivo per cui l’avevano fatto. Chi può saperlo? Cosa porta l’interruttore a spegnersi, nel momento in cui nella tua mente va bene fare una cosa del genere, fare del male a qualcuno in quel modo, violare completamente una persona che neanche conosci? Speravo di non scoprirlo mai.

Il fatto era, comunque, che Dana era una giocatrice di hockey dannatamente brava. Aveva segnato una tripletta in quella partita e aveva fatto un ottimo assist. Non era neanche stata la sua migliore partita della stagione. Non era una sorpresa che fosse stata invitata a giocare nella squadra olimpionica femminile degli Stati Uniti. Se ci fosse stato un campionato di hockey professionista femminile, potevi scommettere che lei sarebbe stata ingaggiata. Era proprio in gamba.

Fino a quella notte. Tutto cambiò quella notte.

L’avevano ferita nel corpo, il che era già abbastanza terribile, ma l’avevano spezzata emotivamente. Non riusciva più a concentrarsi sul gioco – tutto ciò su cui riusciva a concentrarsi erano le grida dagli spalti. Non riusciva più a concentrarsi sulle lezioni – tutta la sua attenzione si focalizzava sul capire quanto lontana fosse da ogni uomo nella stanza e quanto, invece, fosse vicina all’uscita.

Io e Soupy stavamo finendo l’ultimo anno a Yale quando successe – non eravamo con lei. Non potemmo proteggerla. Quando stava scegliendo il college, provammo a convincerla a venire a Yale, dove avremmo potuto occuparci di lei almeno per un anno prima di diventare professionisti, ma lei aveva voluto giocare per la coach Bassano. Quindi, ovviamente, supportammo la sua decisione. La coach Bassano era la migliore di tutto l’hockey femminile. Non avremmo mai potuto immaginare che niente di simile capitasse a Dana.

Ma era successo.

I tre uomini che l’avevano violentata furono espulsi dalla scuola e processati. Ognuno di loro scontò un anno in una prigione federale prima di essere rilasciati.

Un anno. Dov’era la giustizia in questo?

Dana stava ancora scontando la sua pena, e non aveva fatto nulla di male.

E lei voleva che fossi il suo surrogato sessuale? Come diavolo pensava che avrebbe funzionato? Se saltava al semplice tocco delle mie dita che le sfioravano accidentalmente la clavicola, come pensava che avremmo potuto fare tutto ciò che voleva facessi? Era come chiedermi di violentarla, perché questo sarebbe stato per lei. Non avrei potuto – non avrei voluto farle una cosa simile. Diamine, non riusciva neanche a gestire che Soupy e suo padre la toccassero, la abbracciassero, tutte cose che le famiglie fanno. Non era pronta. Avrebbe potuto non esserlo mai e questo, praticamente, mi uccideva.

Tirò su dal collo del cappotto i suoi capelli biondi, lasciandoli cadere liberi sulla schiena e mi fece un cenno col capo, quegli occhi castani sempre cauti. Stavo indossando il mio cappotto mentre ci dirigevamo alla porta, quando la cameriera ci si parò di fronte, bloccandoci il passaggio. Bloccando la via di fuga di Dana.

“Ve ne andate?” Con le mani sui fianchi, non aveva smesso un attimo di masticare la sua gomma da quando eravamo arrivati. “Non avete ordinato nulla.”

“Un imprevisto. Comunque, ho lasciato una mancia.”

Provai ad  oltrepassarla, portando Dana con me, ma la cameriera si spostò bloccando la porta d’ingresso.

“Sei Zee, vero? Il capitano degli Storm? Così dice Bobby, in cucina.”

Avevo portato Dana qui sperando di non essere riconosciuto. Amani’s era sempre tranquillo a quest’ora del giorno, senza troppe persone. Era difficile, in una città come questa, non essere notato quando eri un atleta professionista. Tutti sapevano chi fossi, sapevano i fatti tuoi. Non importava molto. Mi ci ero abituato. Ma Dana non doveva avere a che fare con questa parte della mia vita. Probabilmente non era preparata. Soupy aveva giocato più nelle serie minori che nella NHL, quindi nessuno lo riconosceva. Suo padre era stato nella NHL anni fa, ma solo i fedelissimi lo riconoscevano a meno che non si trovasse a qualche evento relativo all’hockey. E a casa, a Providence, io ero solo un ragazzo per la maggior parte delle persone. Soltanto coloro coinvolti nel giro dell’hockey mi conoscevano. Non come qui.

Guardai verso di lei e mi fece un piccolo cenno.

“Sì, sono io.”

“Potresti firmare qualcosa per mio figlio? È malato. Cancro. Leucemia”

Almeno questo era tutto ciò che voleva la cameriera. Annuii. “Certo. Cos’hai?” Anche se ero di fretta per portare Dana in qualche posto più riservato, dove avremmo davvero potuto parlare della sua ridicola idea, non potevo andarmene senza firmare qualcosa per un bambino malato. Presi un pennarello dalla tasca. Anni fa, avevo imparato che era meglio averne uno a portata di mano, per momenti come questo.   

Si diresse dietro la cassa e strappò dal muro una bandierina dei Portland Storm, che sarà stata nello stesso punto per un decennio o di più - il logo era quello che era stato pensionato prima che arrivassi in campionato e lo spazio vuoto che la bandierina copriva era estremamente bianco in confronto al resto del muro sudicio.

Quando me la passò, scarabocchiai in fretta il mio nome ed il mio numero - nove - nella curva inferiore della mia Z. Gliela restituii. "Spero che il tuo bambino si rimetta presto."

"Sì, grazie Zee." Si stava già precipitando a metterla Dio solo sapeva dove. Poi accennò a Dana, che si stava gradualmente avvicinando alla porta. "La tua fidanzata è pronta ad andare." 

Dana sussultò. La mia ragazza. Non poteva neanche gestire il sentirsi chiamare in questo modo. Il suo piano sembrava più folle ad ogni minuto. Non che gliel'avrei detto. Non pensavo davvero che fosse pazza - soltanto il suo piano. Ma lei l'avrebbe presa come se mi riferissi a lei. Senza riflettere, posai una mano sulla sua schiena per guidarla fuori dal ristorante. Si irrigidì ancor più di quanto già fosse, così la tirai via ed imprecai sottovoce. 

"Andiamo. Usciamo di qui."

Eravamo sul marciapiede appena fuori dal ristorante in direzione del parcheggio, quando sentii la cameriera tornare nella sala principale, ridendo fragorosamente.

“Che idiota! Un altro che ha abboccato. Questo lo metterò su eBay.”

Avrei dovuto saperlo. Non era sembrata a pezzi per la malattia di suo figlio.

Uno sguardo a Dana era tutto ciò che mi serviva per ricordarmi com’era essere a pezzi.

Misi le mani in tasca in modo da non toccarla di nuovo inavvertitamente.

“Succede spesso?” Incrociò le braccia sul petto ed infilò le mani tra il corpo e le braccia. “Gente che mente per ottenere qualcosa da te?”

“Più spesso di quanto vorrei. Fa parte dello spettacolo. Ma la maggior parte della gente è buona. La maggior parte è onesta.” Ci avevo sempre creduto. Certo, c’erano dei veri bastardi nel mondo, tipo gli studenti della UConn che avevano violentato Dana. Ma c’erano anche persone come la famiglia Campbell, i ragazzi con cui avevo giocato per tutta una vita… C’era più bene che male.

Dana sembrava vedere solo il male ormai, anche quando era circondata dal bene. Era come se avesse indossato i paraocchi.

Non che quella fosse una scelta. Mia mamma aveva attacchi di panico quando si trattava di volare. Era sempre stato così e non riusciva a controllarli. Neanche Dana poteva controllarne le cause. Nessuno che soffra di attacchi di panico può.

Doveva solo imparare a conviverci. Mia mamma conviveva con i suoi facendo viaggi in auto invece di volare. Dana conviveva con i suoi evitando gli uomini.

Nessuna  delle due era una soluzione ideale. Ma, a volte, devi soltanto giocare le carte che ti vengono date.